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Categories: quarti di finale

Tema: California

A poche miglia da qui (di Giulia Ottaviano – Colla) vs Baja California (di Fabrizio Venerandi – Lamerotanti)

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A poche miglia da qui [di Giulia Ottaviano]

Lo si dice per ridere, alle bambine magre, minute di stazza… A quelle con le gambe sottili come libellule lo si dice: “stai attenta al vento, ché potrebbe farti cadere!”.

Io non ho mai conosciuto una bambina, una, a cui facesse ridere questo tipo di battuta sciocca che l’adulto spesso propina compiaciuto ai propri figli. Io però ho conosciuto un vento così forte che anche se le mie gambe non erano libellule ma erano piedi di comodino (in legno) mi faceva cadere. E mi faceva cadere con la faccia sulla terra che anche se non la potevo vedere sentivo in bocca il sapore del rosso e del piscio giallo degli animali.

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Quindi, “cadere per il vento forte” è un’espressione che ho cominciato a utilizzare solo dopo quel viaggio. E “lungo” è l’unico aggettivo che ho usato per descriverlo per tanto tempo, soprattutto perché la sua esasperante lunghezza è ciò che ricordo meglio.

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Camminare a lungo e un mucchio di scarpe.

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Mi ricordo le scarpe lungo la strada, le scarpe dietro un cespuglio, mi ricordo che chiedevo “mamma, perché ci sono delle scarpe?” senza ricevere mai una risposta, scoprendola da sola giorni dopo, dopo lunghe camminate nell’acqua percepire le mie scarpe marce, abbandonarle dietro un cespo quasi irriconoscibili, più simili a scatole di cartone per scarpe che a scarpe. Poi camminare scalza, correre anche, correre senza più fiato, dimenticando di avercelo eppure soffrire di più per i miei piedi piatti e luridi, per le mie gambe comodino che poi non sono mai più cresciute da allora, per mia madre che mi tira da sotto le braccia, anche lei senza più scarpe anche lei buttata giù dal vento, anche lei accucciata come per fare pipì dietro una duna mentre la migra, tra megafono e fucili, ci dà una calorosa accoglienza negli Stati Uniti.
Per un po’ correre come conigli al buio e poi a cinquanta metri sulla destra vedere il cartello “Welcome to California” e a sinistra, illuminata a giorno, scoprire la mia frontiera: un campo da tennis. Un opportuno buco nella recinzione di fronte e alle spalle mia madre e per l’ultima volta, le nostre scarpe…

Anni dopo eccomi, a camminare avanti e indietro per il bagnasciuga di questa spiaggia losangelina tanto ampia da sembrarmi desolata anche quando è piena di gente. Cammino e studio la mia ombra che è bassa e tozza intorno a mezzogiorno e slanciata nel tardo pomeriggio, ma in qualche modo sempre infantile. Come se i tratti somatici di bambina in rosa (io, vanitosissima, davanti a uno specchio verderame) si fossero impressi a tal punto nella mia memoria da riproporsi, sindone, su alcune delle mie ombre. Soprattutto sulle più tracagnotte. Sono quelle le più simili alla realtà, alle mie gambe come piedi di comodino, sono quelle più somiglianti ai nostri corpi di messicani, alle nostre figure di mamma e figlia che, a volte, rivedo esageratamente imbellettate su tacchi e scarpe bianche di vernice, pronte per andare su certe “piste da ballo”, molto rustiche, a poche miglia da qui.

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Baja California [di Fabrizio Venerandi]

il font Baja California, è un font tipo etnico, una roba che appena lo guardi così, semispruzzato su un fondo rosso giallo e blu di una parete sbrecciata e dipinta ti senti già in california e invece è solo un font che costa circa diciannove e novantacinque dollari, però c’è anche una versione demo, molto retro-style dice l’autore, e i commenti sono nice! thank you for sharing!!! oppure your works always great!! e io mi sono scaricato il font Baja California e ho deciso che io in california non ci andrò mai, ho installato il font, ho aperto un programma di testo e ho scritto “io in california non ci andrò mai” e poi ho selezionato tutto e ho scelto il font Baja California e ho messo size a 78 punti, enorme, io in california non ci andrò mai, e sono rimasto a guardare questa scritta enorme, sbagliata, perché l’autore del font demo Baja California non ha pensato che fuori dalla california c’è gente che usa gli accenti e quindi la scritta è tutta etnica, sfumata, sognante tranne la o accentata di “andrò” che rimane in un font scelto dal computer a cazzo e ti fa capire che è tutto finto, che il font baja California è finto visto qua a genova da me che oggi ho un buco nel cuore.
oggi ho un buco nel cuore, sto parlando di un buco del cuore a forma di o accentata, e ho capito che io in california non ci andrò mai, perché questo foro nel cuore mi permette di vedere cosa c’è dietro di me, intendo dietro alla schiena e dietro di me c’è tutto quello che ho fatto fino ad oggi, c’è tutto l’amore che ho avuto per questa ragazza, per questi ragazzini, per me, per i miei genitori, per mio fratello, per i miei cani che sono tutti morti, e tutto questo che pensavo che fosse mio, in realtà non è niente, non esiste nel momento in cui lo perdi, non ci vuole tanto. avevo preso la ragazza, avevo comprato un libro a mia madre, mi pare di caterine spack, avevo fatto entrare i ragazzini in macchina, avevo abbracciato mio fratello baciandolo per farlo stare un po’ zitto e mi ero tolto dai coglioni, dietro l’auto mi seguivano i cani, i loro corpi morti. dietro all’auto c’era il solito cartello JUST MARRIED ed era scritto con Baja California, non ci sono accenti, just married, just regular characters.
ad un certo punto la ragazza ha preso la rivoltella e mi ha sparato, una grossa o accentata e mi ha forato il cuore, non è uscita una goccia di sangue. la prima cosa che ho pensato è stato, beh sono libero, la seconda cosa che ho pensato è stata beh ho perso tutto. la ragazza, i ragazzi, l”automobile, mia madre vestita da infermiera, mio padre con la mia stessa barba, mio fratello che fuma al telefono e mi guarda da fuori della finestra, i cani che non hanno capito l’entità del danno, il font Baja California che si compone in cielo e fa una scritta enorme, lettera dopo lettera, non si ferma e ad un certo punto ho paura che possa oscurare il sole, ma poi vedo che sono lettere luminose, è un racconto lungo tremila caratteri e parla della california, dell’amore e della morte.