Tema: ordinare
Pulizie di Primavera (di Ilaria Giannini – inutile) vs Or|dina|re (di Simone Rossi – Finzioni)
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Pulizie di Primavera [di Ilaria Giannini]
Il sole sta tramontando dietro la casa color aragosta. Seduta sul cofano della macchina nel vialetto, osservo il bouganville che fiorisce sopra il portico. Dalla veranda un uomo tarchiato affanna verso le scale con grossi pacchi in mano, imballati con cura. Gli va dietro una signora vestita bene, con i capelli corti, cotonati. Culla tra le braccia uno scatolone: le porcellane tintinnano dolcemente.
Questo è un buon punto per osservare. Mi passano davanti senza degnarmi di uno sguardo, qualcuno accenna un saluto con la testa, si volta subito. Hanno una fretta terribile, una fame atavica da placare. Li capisco, in fondo si sta parlando della mia famiglia.
La nonna è morta ieri mattina e i parenti sono arrivati a frotte, pronti a svaligiare la casa. Hanno tirato giù le tende ricamate a mano, avvolto i serviti d’argento nei giornali, scosso i tappeti del soggiorno dal balcone. Non ho avuto il cuore di dir loro che sono tarocchi: quelli persiani la nonna li aveva venduti negli anni Settanta per pagare gli studi dello zio Gianni e per evitare la vergogna ne aveva commissionato una copia identica. Adesso questi tappeti deturperanno nuove case, accoglieranno la polvere e il sudore di altre famiglie, altri corpi.
La nonna era una vecchia tirchia ma a modo suo tenera, con quei calzettoni di lana che non toglieva neppure d’agosto. La sua massima manifestazione d’affetto consisteva nell’offrirmi i dolcetti all’anice che si faceva portare da Lucca: terribili agglomerati d’uvetta e pasta frolla che dopo due giorni sapevano di marmo.
Dietro le persiane – sempre chiuse perché il sole non sciupasse i mobili – ogni cosa aveva il suo posto da tre generazioni: il divano di pelle marrone ancora avvolto nel cellophane, i teli candidi sul comò, la biancheria fine piegata nei cassetti.
La nonna ordinava una stanza alla settimana: partiva dalle camere da letto e scendeva giù fino al tinello. “Ho il mio sistema” ripeteva a chiunque osasse intromettersi tra lei e la gestione domestica. Così mi ero convinta anche io che quello era il modo giusto, l’unico possibile, per ordinare la casa, i ricordi, l’anima.
Mia cugina trascina per le scale una poltrona di alcantara : ha il viso deturpato dallo sforzo, le vene delle braccia gonfie sotto la maglietta. La poggia a terra, si accascia stremata, scopre i denti in un sorriso.
“Milè spero che non te ne avrai a male, ho preso le collane nell’astuccio verde, la nonna me le aveva promesse…” attacca. Mi concentro sulle gambe che penzolano dal radiatore.
“Hai fatto bene, io non le avrei mai messe.”
“Ma metterle neppure io, figurati, erano fuori moda già vent’anni fa… è che insomma, è sempre oro, roba di valore, capisci. Oh ma a te cosa importa, tu avrai la casa, no? Sei a posto!” conclude lei e prova a ridere ma gli si strozza qualcosa in gola.
Di colpo mi alzo in piedi, mi affaccio nel ripostiglio, afferro la scopa di saggina.
Esco nell’ultimo riverbero di sole e mi piazzo di lato al cancello, con la ramazza in mano.
“Tutti fuori, devo mettere a posto” sussurro tra me e me, tra me e la nonna, tra me e il bouganville.
Il vento mi scompiglia i capelli, risuona nei bicchieri di cristallo, abbandonati in un angolo.
È tempo di far pulizia.
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or | dina | re [di Simone Rossi]
Or è molto peloso, vive nelle mezze stagioni e si spella insieme alle foglie degli alberi. Ha la tana nel bosco: in primavera non lo vede nessuno (troppe foglie, troppo pelo). In autunno Or rimane nudo e fa un freddo cane e i rami degli alberi diventano una rete inutile. Un riparo insignificante. Or è glabro, spaventato e sotto i riflettori. I rami freddi e senza foglie non nascondono più il poverOr, che rimane nudo e circondato da spazi vuoti. E’ difficile essere invisibili in un bosco senza foglie: bisogna essere dei mostri. Or è un mostrOrribile, nessuno l’ha mai visto nudo perché Or riesce a essere invisibile in un bosco senza foglie. Il Re ci mette sopra una taglia: “Voglio una foto del mostro senza pelo. Ci faccio una maglietta e copro d’orOr il fotografOr”. Ma i giorni passano, e poi le settimane e i mesi e gli anni, e nessuno l’ha ancora vistOr. Quotidiane processioni di cialtroni al cospetto del Re: “Io l’ho vistOr! Io l’ho vistOr! Era senza pelo!”. Ma ci vogliono le prove, e non le ha mai nessuno.
Dina dai grandi mignoli ha un cellulare di ultima generazione, fa le foto e va su internet. Un pomeriggio di ottobre la piccola Dina è nel bosco. Ascolta i Sigur Rós dal suo cellulare di ultima generazione: gliel’ha regalato suo padre, il Re. Il Re, se volesse, potrebbe regalarle anche il bosco, il boscOr, nodi su nodi di foglie spaventate dall’autunno bastardo. Guarda, Dina: tutto questOr un giorno sarà tuo. Dina gioca con il Serpente, accarezza i rospi e ha bisogno spesso di soffiarsi il naso. “Non mi interessa, papà”. Il Re mastica l’ennesimo bastone di liquirizia. Perché fai così, principina Dina? “Devo andare, papà: si stanno spellando gli alberi. Ciao”. Cammini nel boscOr, principina Dina, non resisti allo stimolo della pipì e cerchi un cespuglio tra questi nodi su nodi di foglie scomparse. Lo trovi, ti accovacci, la fai. Alzi gli occhi. C’è un mostro spellato. Gli occhi di Or sono due buchi nel legno. Dina appoggia il pollice sul suo cellulare di ultima generazione e lo trasforma in una macchina fotografica. Click. Or scappa e smadonna, Dina ha appena vinto una gara a cui non avrebbe mai voluto partecipare. E’ come quando accompagni la tua amica a un provino, e prendono te. Dina da piccola voleva fare l’attrice. E’ ancora piccola.
Re, sei un nano: il tuo trono è così alto che sfiora il ridicolo. Il Re ha i soldi, una regina che li spende e una principessa che non li vuole, però vorrebbe fare l’attrice. Il Re mastica bastoni di liquirizia grandi come bacchette da batteria e si mette nella prima panca quando va in chiesa. Poi di notte sogna Or, il mostro peloso: in primavera lo nascondono le foglie, e il pelo, ma in autunno non c’è più riparo, dovrebbe essere facile, perché nessuno mi porta una fotOr? Il Re paga degli avvocati per evitare di pensare, e con tutto il tempo libero che gli rimane si fa ossessionare dai mostri invisibili. Poi Or si addormenta e sogna il Re, e il Re è un omino spellato che vorrebbe tanto essere un cinghiale per restituire alla vita tutte le porcate che gli ha fatto sopportare. Ma la vita si nasconde, evita le vendette e trasforma i sogni in ripari insignificanti. Ora il Re è Or, si guarda nudo nello schermo di un cellulare di ultima generazione e non ha più voglia di ordinare.
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[...] Qua potete leggere, e votare se vi piacesse, il suo racconto Pulizie di primavera. [...]
Molto brava Ilaria
Grazie :)
Come sempre ci sono delle sinergie che ci legano.
Non posso far finta di non notarle.
Poi ti racconterò di persona Ilaria.
Intanto grazie.
(mi sento fortunata di non aver “parenti avvoltoi”)
D.
ragazzi, bella iniziativa, vi ho segnalati su http://www.ilrifugiodeimoai.it coninuate così!
grazie Federico.
senti… ho provato a navigare il tuo sito – da anonimo, senza “iscrivermi” – e non ho capito granché. mi indichi un link per dummies, dove si capisce tutto per bene? :D
e.
il senso del sito si capisce dall’intestazione, trovi al centro del sito in alto, oppure puoi leggere qualcosa qui: http://www.ilrifugiodeimoai.it/modules.php?name=Forums&file=viewtopic&t=91&highlight=uso, oppure il mio consiglio è di esplorare”!
Una bella battaglia… Simone e Ilaria sono bravissimi… mi astengo dal votare perché voglio troppo bene ad entrambi…
Simone!! Estasiata!!!
qui la vedo dura scegliere…
:)
a.m.
Seee…è tutto molto bello. Ma voto la donzella.
E’ sempre bello ed emozionante leggere i racconti di Ilaria. E adesso, dopo “Facciamo finta che sia per sempre” aspettiamo di leggere il prossimo libro, curiosi come non mai.
Vai Ila! :D
symone rossy
Simone :)
Non sono in tempo per votare ma pur trovando entrambi i racconti interessanti il mio voto sarebbe andato a Ilaria.
Mi sembra quasi di vederle quelle ciocche al vento nel finale.
Eccezionale davvero.
Salv.