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Categories: quarti di finale

Tema:

Dario Prunasbianco

bianco

Raffineria (di Alessandro Milanese – inutile) vs Si sono fatti Billy (di Andrea Meregalli – Finzioni)

bianco

Raffineria [di Alessandro Milanese]
Il rumore del sincronizzatore della seconda marcia riempie questo spiazzo male illuminato in fianco alla raffineria. Una decina di lampioni monchi, arrugginiti e leggermente piegati in avanti, incastrati in alti marciapiedi.
Elena è qui, seduta alla mia sinistra, ride.
Ha appena imballato, dopo aver provato a distruggere nuovamente il cambio della mia utilitaria quasi immacolata. Vestita poco, una canotta bianca con piccoli coccodrilli verdi e con la cintura che imbracandola evidenzia il reggiseno imbottito. Sembra più una donna navigata, che mia figlia.
Questo è lo scotto da pagare, quando vedi una persona due volte al mese, per un paio d’ore. Ogni volta la guardo, cercando le differenze dalla visita precedente, come nei giochi della settimana enigmistica.
L’auto si muove, strattona, cerca di morire, si spegne.
“Cazzo porco”.
Trattengo le risate, mentre lei scrollando la testa non si capacita di come la mia auto non voglia saperne di andare da sola.
“Ma non posso comprare quelle macchine automatiche, senza marce e senza tutte ste stronzate?”.
La fisso, non sta scherzando.
“Quando avrai dei soldi, ti comprerai l’auto che vuoi, o te la fai comprare dal simpatico amico di tua madre”.
Mossa scorretta tirare in ballo Luca.
“Io da quel coglione non mi faccio comprare niente, hai capito?”.
Annuisco e riparto con la mia cantilena, fatta di: lascia la frizione dolcemente e accelera piano, poi frizione giù, acceleratore su, marcia etc etc.
Riparte.
Le appoggio le mani sul volante, ma non riesce ugualmente a tenere una linea retta, scartando a destra e manca. Ci fermiamo in una marcia ignota, sicuramente più vicina alla quinta che alla prima.
Sbuffa, passandosi la mano sul ciuffo alla moda che copre uno dei due occhi azzurri ereditati dalla madre.
Incrocia le braccia, si arrende.
“Sono senza speranze, lo dice anche Kevin”.
Nel 1990, in un estate più torrida di altre, non conoscevo nessuno di nome Kevin. La Visa, usata di quinta mano, aveva notte e giorno la cassetta di Violator dei Depeche Mode incastrata nello stereo. Incastrata perché, quando si surriscaldava, il tasto di espulsione non funzionava e non c’era verso di cambiare nastro.
Quella che sarebbe diventata mia moglie (per poco) e la madre di Elena (per sempre) era bellissima nei suoi vestitini leggeri a fiori. Andavamo in collina alla ricerca del fresco, e mentre mi ostinavo di risultare romantico, inventandomi le costellazioni, lei prendeva l’iniziativa e finivamo per fare l’amore appoggiati a quel pezzo di lamiera bianco con quattro ruote.
Così, in fianco ai ripetitori di Pecetto, è stata concepita questa guidatrice maldestra.
“Dài Elena, ripartiamo, con calma, non devi imparare tutto stasera”.
E’ ancora imbronciata e nonostante le parolacce, i vestiti, i reggiseni, i fidanzati meridionali con nomi idioti, vorrei abbracciarla.
La Yaris, come rassegnata, borbotta e si rimette in moto.
Procediamo prima lenti poi più decisi, zigzagando.
“Cazzo Pa’, ma sai che di solito con Kevin veniamo ad imboscarci proprio qui”.
…la Visa, i Depeche Mode, i fiori, le stelle, sua madre, la mattina del 8 maggio 1991…
Poi solo il rumore del pneumatico che esplode contro il piccolo cordolo di cemento, il cerchio che si spezza, la testina dello sterzo che cede, la ruota che si trascina sotto la scocca. E le sue mani davanti agli occhi per non vedere.

…………………………….

Si sono fatti Billy [di Andrea Meregalli]

È un casino che non ti dico. Gente che guarda, gente che indica, gente che sceglie.
Chele e antenne e occhi e code che sbucano da ogni dove. Io, di solito, opto per un angolo, mi ci apposto, e attacco con l’immobilità. Non muovo un muscolo, tra l’altro, ovviamente, sarebbe impossibile. Me ne resto semplicemente lì. Fermo. A fissare oltre il vetro.
Per esempio, l’altra sera, c’era questa coppia di umani. Donna e uomo. Lui camicia bianca, stempiato. Lei in nero, sovrappeso. Clienti abituali. Affezionati.
Più o meno funziona così, lui ordina per lui e per lei. Lei mangia per lei e per lui. Poi, senza parlare, senza nemmeno guardarsi, escono a fumare. Rientrano, lei mi fissa, mi indica. Un giorno o l’altro, me lo sento, mi sceglierà. E arriverà il mio turno. Come deve essere. Com’è stato per i miei fratelli. Per i miei genitori. Per i miei amici. Per la mia fidanzata. Nella stanza delle pentole e del fuoco.
È toccato a Billy la scorsa settimana.
Insomma che arriva una telefonata, è pomeriggio. Orario di chiusura. Il capo sala tiene il telefono nella destra. È quasi inchinato. Ringrazia e imposta il tono della voce. Moine della madonna. Mette giù. Guarda Mike. Mike, il cameriere. Dice, Stasera. I Rockfeller. In quattro. Mike dice, Eccellente.
Si avvicinano al vetro. Guardano. E noi immobili. Tranne il vecchio Zac che, fingendosi pazzo, appena un umano si accosta a noi, inizia a muovere la antenne e a fare il girotondo cantando Toto Cotugno.
Il caposala dice, Lui. Indica Billy. E Billy in dieci secondi è afferrato, sollevato dall’acqua e adagiato su una tovaglia. Gocciolava dalla coda, proprio sopra le nostre teste, quando ha detto, Maledetti figli di puttana, lo sapevo. Io ho urlato, Tieni duro, Billy, e ho mosso una chela. Tieni duro un cazzo, questi mi lessano, ha risposto lui.
E aveva ragione.
La notte che hanno portato via Billy, ho fatto un sogno. Nel sogno c’era Billy che, con un coltello enorme, tagliava la testa del caposala e se la ciucciava per bene. L’interno, il cervello, era grigio e colava. Un po’ troppo organico per i miei gusti. Poi, finito con la testa, Billy spezzava in due le braccia del caposala e succhiava all’incirca nel mezzo, nell’incavo. C’era sangue un po’ ovunque eppure Billy non sembrava darci troppa importanza. Mungeva con avidità il caposala, spolpandolo come si deve. E, dietro di loro, c’era il vetro. Però, nel sogno, i miei occhi erano aldiquà del vetro e mi consentivano una prospettiva del tutto inedita. Nella teca liquida, dove di solito stiamo noi, ci stava Mike, il cameriere. E la coppia di clienti, lo stempiato e la sovrappeso. Nuotavano, facevano certe bolle con il naso e cercavano di evitare il mio sguardo. Mentre io me la ridevo di gusto. E Billy si pappava il caposala.
I Rockfeller si sono fatti Billy come antipasto. Il capobranco, un uomo abbronzato, dal capello lungo e unto e grigio, pareva soddisfatto. Con il mignolo della sinistra, e il connesso anello giallo, e la relativa unghia a punta, si è grattato via delle situazioni potenzialmente imbarazzanti dai denti, non mancando di assaporarle, masticandole con gli incisivi. L’esemplare femmina ha sorriso. Mentre i due bambini hanno guardato la carcassa di Billy con smorfie di disgusto. Il più piccolo ha detto, Papà, domani mi porti alla fabbrica a fare uscire il fumo dal camino bianco e rosso? Il capobranco ha guardato l’esemplare femmina, ha riso e ha detto, Figliolo, un giorno quella fabbrica sarà tutta tua. E sarai presto stufo di quel fumo e di quella cosa che tu chiami camino. Vedrai.
Uffa, ha detto il piccolo.

bianco

15 Comments

ottobre 15th, 2009

mannaggia che manche avvincente questa!
a modo loro e per aspetti diversi, questi due racconti sono belli e ben scritti. complimenti a entrambi gli autori!

ottobre 15th, 2009

[...] Da wimbledoc sono uscito con percentuali da Partito Democratico. Tuttavia, preferisco paragonarmi a Roberto Baggio: sono uno che sbaglia i rigori in finale – non certo per il codino, insomma. Da oggi comunque il mio inutile compagno di squadra Alessandro Milanese sfida Andrea Meregalli, sempre su wimbledoc, QUI. [...]

Laura

ottobre 15th, 2009

Questa è la prima volta che NON SO davvero votare.
Belli. Molto più che belli, tutti e due. Forse mi astengo…

francesco

ottobre 15th, 2009

meglio ‘raffineria’ di ’si sono fatti billy’. cioè, niente di che nessuno dei due. ma meglio ‘raffineria’. andrea meregalli sembra volerci dire qualcosa, insegnarci qualcosa. ci vedo un non so che di morale e moralista. e non ironia, necessaria per trattare un tema del genere. o magari sono io a non riuscire a vederla. peccato. perchè ‘Con il mignolo della sinistra… si è grattato via delle situazioni potenzialmente imbarazzanti dai denti’ poteva essere interessante. e peccato anche per l’anello giallo

em.bi

ottobre 16th, 2009

Ho letto in volata i due racconti. Complimenti ad Andrea ed Alessandro.
Molto belli entrambi e suggestivi soprattutto perchè carichi di immagini che durante la lettura si sono proiettate sulla mia corteggia cerebrale.
Non sapevo chi scegliere poi mi sono detto, chi più ti è scivolato dentro? e ho votato “raffineria”.
Nel secondo effettivamente si scopre troppo presto che stiamo dall’altra parte del vetro ed anche quando in sogno le posizioni si invertono credo ci siano delle riflessioni che l’autore stimolare attraverso le differenze di comportamento, ma non riesco a scorgerle chiaramente…ma forse sono io limitato.

enpi

ottobre 16th, 2009

oh, che “em.pi” non è “enpi”. mi raccomando!
a me – per dire – le ultime righe del secondo racconto son piaciute parecchio.

se posso: perché non chiamare l’aragosta Andrea, o Emanuele, o Rino?
perché: Billy, Mike, Zac, Rockfeller?

mi interessa…

e.

AndreaMeregalli

ottobre 16th, 2009

@ enpi (che non è em.bi)
Non mi piacciono i nomi italiani. Li trovo banali. Eccetto Arturo.

Per il resto, che dire, è una storia. Solo un breve racconto. Sugli astici e non sulle aragoste che, come sappiamo, non hanno chele.
Non vuole essere “morale e/o moralista”, per carità.
E nemmeno ironico.
La parte del sogno è, giustamente, onirica. Tipo un immagine dei ruoli invertiti. Una roba strana, grottesca, come, appunto, i sogni.
Tra l’altro, il racconto di Alessandro mi piace assai.
A proposito, il finale è così drammatico come l’ho inteso io?

A.

enpi

ottobre 16th, 2009

Andrea, ’sta cosa: i nomi italiani sono banali, l’ho già sentita. l’ho sentita anche riferita alle “ambientazioni” [il Wisconsin è meglio della Ciociaria]. per me non ha un grosso senso: io mi chiamo Enrico, tu Andrea, gli altri su, nei commenti: Marco, Francesco, Laura ecc.
se mi facessi un discorso sulla lingua ["l'italiano è banale, quindi uso l'inglese"], e quindi cambiassi lingua, avrebbe – a parer mio, eh! – più senso.
comunque…

nel racconto di Alessandro c’è Elena, c’è Luca, e poi c’è Kevin, ma Kevin – immagino io – è una presa per il culo a chi chiama i figli Kevin, o Ridge. cioè: è una presa d’atto verso abitudini reali.

ciao,
e.

AndreaMeregalli

ottobre 16th, 2009

Che te devo dì, Enpi.
Sono solito usare nomi stranieri quindi, non obbligatoriamente, inglesi. Altresì, spesso, i miei protagonisti si chiamano Arturo, che è un nome italiano.
Ma, francamente, non mi sembra un grosso problema. E non mi pare un fattore determinante nel giudicare uno scritto (e lo so che tu non lo hai fatto e la tua è solo curiosità). Infatti, ho detto, e lo ripeto, che mi piace il racconto di Alessandro. Nonostante i nomi italiani che ho bollato come “banali”.
Credo, e questa, sia chiaro, non è una critica verso nessuno, sia più discutibile prendere per il culo chi chiama i figli Kevin o Ridge.
Mio figlio lo vorrei chiamare Eldorado, io.

Ciao!
A.

enpi

ottobre 16th, 2009

no no. è come dici tu. non si tratta di un giudizio. credo solo che il racconto sarebbe più “concreto” con “i Petrobon” al posto dei “Rockfeller”. che i rimandi potrebbero essere più efficaci, insomma.

ciò detto, complimenti [soprattutto per Eldorado].

ciao,
e.

alemila

ottobre 16th, 2009

xkè sto discorso sul nome di un ipotetico figlio..???
(io voto sebastiano – da sebastian loeb)
:) mi volete intristire…

andrea…
il tuo racconto mi è piaciuto,decisamente.
il mio finale non è così drammatico..
solo un pò di lavoro per il carrozziere
:)

enpi…
come inutile stiam prendendo meno voti che la d’addario…

alemila

ottobre 16th, 2009

dimenticavo…
si kevin è voluto, in ballo c’erano anche ridge e yuri…

ottobre 18th, 2009

@Andrea Meregalli
Eldorado è adorabile!

@enpi
E saran cazzi suoi come li vuole chiamare, i suoi personaggi??? :DD
(Mi si perdonerà, ma enpi e io ci parliamo così. Lui adesso dirà che cado nei fossi.)
MS

enpi

ottobre 18th, 2009

@Matteo: assolutamente.

Laura

ottobre 18th, 2009

Io scriverei un racconto facendo “copia-incolla” con i vostri commenti, cari miei! Siete irresistibili! :-D