Tema: attesa
L’incoscienza non è una malattia (di Giuseppe Rizza – Colla) vs Restless Flora (di Laura de Matteis – MRT)
L’incoscienza non è una malattia [di Giuseppe Rizza]
Saranno lì a fare quattro conti rapidi. La casa al mare con il forno a legna, l’appartamento al centro, l’auto di lusso per caso sai di che anno è, e quella tela che gli regalò quel suo amico della scuola di Scicli, ora non è che voglio passare per materiale, ma, tuo nonno ormai è ultranovantenne no?
Questo staranno pensando. C’è da scommetterci.
Sull’autostrada, dentro un abitacolo non troppo spazioso ma ancora per poco, mia nipote e suo marito, quello che per fare soldi l’importante è avere un buon commercialista, stanno pensando che era finalmente ora che io morissi.
Niente di male, per carità, brava persona, ma finalmente doveva girare questa ruota, dopo anni d’attesa è arrivato il nostro momento, l’ansia prolungata, è questione di mesi, non supererà l’anno, suo nonno è credente? Finalmente saremo noi, noi capisci, a goderci i soldi, l’eredità, la rendita.
Chissà quante ore mi hanno dato. Vostro nonno rischia di non superare la giornata.
Il respiro pesante. Affaticato. I valori del sangue.
Dovrebbero avvertire in qualche modo anche il degente.
Senta, sappiamo che è in stato di semicoscienza ormai da tempo, però volevamo farle sapere che abbiamo come l’impressione che lei in giornata smetterà di vivere. L’unico neo è che non sappiamo dirle se sarà indolore o meno.
Così uno magari si prepara. Nell’attesa. Seleziona cosa ricordare, quali ricordi farsi venire in mente quando sta per sentirsi più leggero e con le palpebre come zavorre. Tanto per non risultare impreparato.
Il primo bacio. Il corridoio di una scuola elementare. Il suo sorriso anche con i denti non ancora a posto. La voragine delle sue pupille. Il sapore di quelle labbra. Liquirizia. E quell’altro che non vi sentite più da minimo quarant’anni ma lo ricordi sempre come il migliore amico. La banalità del gesto di tuo figlio: buttare la vita dal balcone l’ultimo dell’anno.
Le valigie sul letto. Torno da mia madre. Mi porto nostro figlio.
Le poesie che avevi scritto negli anni finite dentro il falò sulla spiaggia. L’auto che si ferma a tarda sera sull’acciottolato direzione monte Amiata, un trenta dicembre, gradi imprecisati ma pochi.
Il tuo sogno erotico per eccellenza: la prof. di matematica al liceo. Quante volte hai detto ti amo. Quante. La memoria di un novantenne è debole. E quella volta che Sabrina in pineta ti disse tutto d’un fiato se mi dai diecimila lire ti faccio vedere le mutandine.
I pomeriggi al cinema piangendo da solo ad ogni pretesto. Quando hai pisciato sul pianerottolo perché la vescica a una certa età non è più controllabile. Quando hai dato l’aranciata al pesce rosso di tua nonna. Quando hai messo un ago nella tazza ricolma di caffè della vicina.
La prima volta che sei entrato in una donna. Tutte le parole che non hai mai pronunciato.
Li sento, al di là dei vetri. Sono arrivati.
Nell’attesa ho pensato al mio ultimo pensiero, quello che mi accompagnerà.
Come starebbero bene le mie mani dentro la scollatura di quest’infermiera.
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Restless Flora [di Laura de Matteis]
Sento qualcuno avvicinarsi. Le foglie secche scricchiolano dietro i cespugli che nascondono il sentiero e che nascondono me al sentiero dove qualcuno, forse, sta passando.
Avevo quasi dimenticato di essere morta. Per fortuna sono morta supina, così ho potuto continuare a guardare i rami sopra di me e il volo degli uccelli. Man mano che le foglie si sono diradate ho potuto vedere, talvolta, anche la luna. Sono trascorsi molti giorni – buio-luce-buio – e non ho mai avuto freddo né fame: non ho avuto bisogno di chiedere aiuto. Neppure quando una cornacchia si è posata sulla mia faccia e ha cominciato a mangiucchiarmi l’occhio destro, cavando nutrienti umori da quella piccola sfera bianca e verde di cui un tempo ero tanto orgogliosa, ho sentito la necessità di andarmene da qui: mi restava il sinistro per osservare i rami, gli uccelli e il cadere delle foglie. Ma ora che qualcuno, forse, si avvicina lungo il sentiero che so essere lì ma che non vedo, ora ricordo di essere morta e di non avere voce per gridare – Trovami!
Rami spezzati, foglie secche – è autunno inoltrato. Da quanto tempo sono qui? Indosso un maglioncino di lana a righe grigie e viola e nere: mi stava bene ed era quasi nuovo. Ora è sporco di ciò che di me trasuda dal mio corpo. Probabilmente puzzo. Mi vergogno un po’ a farmi vedere così, ma non posso restare qui in eterno.
Non ero sola quando sono morta, c’era qualcuno con me. Ho sentito il calore del mio sangue spandersi dal fianco lacerato; a fiotti densi ha inondato il maglioncino nuovo, poi si è sparso al suolo e l’ha bevuto, avida, la terra. La lama che mi ha trafitto il fegato non è più qui, vorrei sapere dove l’ha portata e chi.
Passi. Sempre più vicini e incerti.
Qualcuno sembra frugare nei cespugli – la lama è lì? Se la trova, poi cercherà anche me: il sangue parla, il sangue è pieno del mio nome.
Lo sento avvicinarsi e fremo come può fremere un cadavere: immobile a scagliare lampi di impazienza dalla mente – qui, vieni qui. C’è odore di muschio umido e di qualcosa che mi sfugge; sopra di me, il cielo si scurisce attraverso i rami quasi spogli. – Mi stai cercando? Ti aspetto. Ti aspettavo, chiunque tu sia, quando ancora non sapevo di volerti incontrare.
La mia memoria è un vuoto appiccicoso da cui penzolano ricordi sbrindellati; carta moschicida che attende che le larve traslucide che zampillano panciute dal mio fianco mettano le ali. In ogni mosca afferrerò un ricordo? Mi basterebbe ricordare una persona e un atto: baratterei la memoria della mia infanzia per il volto e il pensiero di chi mi ha trafitto il fegato con un coltello lungo, lama grossa, e l’ha girato come una chiave affilata nella serratura morbida del mio corpo. Quattro mandate. Cinque. Già alla prima quella mia nuova, oscena bocca spalancata vomitava sangue che andava a sparpagliarsi inutile lontano dalle mie vene.
Scricchiolio di sottobosco autunnale.
Trattengo il respiro o, meglio, irrigidisco l’anima come se stessi trattenendo il respiro. Lui è a un passo da me che brulico di vita non mia.
Fruscii che si allontanano. Il bosco sospira e tace.
Mi viene da piangere e non posso. Vorrei piangere anche solo per questo.
Buffo come entrambi abbiano scelto di legare l’attesa alla morte. Pessimismo cosmico?
Usti.
“L’incoscienza non è una malattia” mi quasi piace, è scritto bene ma l’idea non è originalissima.
“Restless flora” mi piace, è scritto meglio, ha stile e l’idea è tosta.
Ottima finale.
Un piccolo appunto: Flora è scritto maiuscolo… E’ un nome proprio… :-(
@ Andrea Meregalli: Grazie!! “Mi piace che ti piace” il mio racconto. Sono particolarmente affezionata a questo pezzo… ^^
“Per fortuna sono morta supina, così ho potuto continuare a guardare i rami sopra di me e il volo degli uccelli.”
A leggerne di frasi così…
Voto per la poesia inquietante & mortifera di Restless Flora… complimenti all’autrice!
@Laura
visto che non c’è il poll, in finale, ho corretto Flora ;)
e-
Flora, persona morta supina, dall’animo poetico e tragico, Flora che si fa tutt’uno con la natura (nomen omen)… Flora assassinata, abbandonata, che non conosce il suo assassino…
“Mi viene da piangere e non posso. Vorrei piangere anche solo per questo”. Brava Laura!
l’LSD ormai è superato. Si viaggia meglio con LDM. Laura De Matteis – of course. Bello.
@enpi: Grazie! Sei stato carinissimo! ^^
@tutti gli altri: Sono commossa…
Giuseppe, la tua prosa strizza l’occhio alla poesia per il suono che fa, per il suo spezzarsi con il respiro dei personaggi, per quelle tre righe di passione finale. Una passione che valica l’attesa, mi viene da dire. :-)
“Mi viene da piangere e non posso. Vorrei piangere anche solo per questo”….Eccezionale!
Brava Laura, voterei per te, se capissi come si vota…
@ LuigiB: Questa volta, per le finali, non si può più votare: c’è una giuria esterna (Max Collini, Giorgio Vasta e Gianluca Morozzi)che valuterà le tre sfide e deciderà la squadra vincitrice. Penso che i risultati saranno resi noti intorno al 10 dicembre.
Grazie per il voto di pensiero, però! Grazie di cuore!
^^
flora fantastica… laura ti sei proprio meritata questa ATTESA finale…
wimble.doc continuate…non fermatevi…
” L’ incoscienza non é una malattia ”
Racconto unico,estremo, di un originalità sconcertante, che obbliga il lettore a farsi le domande che la maggior parte dei racconti di solito ignorano…
penso sia un racconto ben scritto,con una prosa precisa e levigata,dove le emozioni si assorbono riga dopo riga o arrivano nette e affilate come una lama, a spaccare la normale continuità della lettura.
Molto interessante .
Il racconto di Laura è meraviglioso… l mio voto morale va sicuramente a lei.
Grazie a Debora, a Silvia, e a chi ha apprezzato.
Restless Flora…
una lama poetica, a partire dal titolo, indimenticabile!
Scrivi Laura Scrivi
Adoro il monologo di Flora.
Che bel torneo! Che bella finale! Bravi bravi tutti e due!
A Laura, con il dubbio tremendo di come riesca a trasformare la prosa in poesia e la poesia in prosa.
Brava!
Da capitano mi esprimo in evidente ritardo ma sono felice che il racconto di Laura con la sua prosa organica e nera abbiano raggiunto così tanti lettori.
Un baciamano d’antan alla nostra Signora delle Locuste.
Concordo con Stefano: bel torneo!
Bello tutto, le squadre, i racconti… Ho trovato ottimi scrittori, qui sulla terra rossa di Wible.doc, e anche ottimi amici.
Comunque finisca, i miei complimenti agli organizzatori e l’invito a continuare su questa strada.
Bravi!!
…sull’erba verde
:)
Restless Flora è la resa incondizionata alla fame di Buio. Qualcosa che scava dentro e si arresta soltanto quando ogni parvenza di umanità di è arresa all’ora più scura della nostra Notte.
Orrendo.
Sublime.