Tema: massimizzazione dell’utilità
Produrre minuti (di Matteo Pascoletti – MRT) vs Discarica (di Mattia Filippini – Colla)
Produrre minuti [di Matteo Pascoletti]
Conoscete Jeremy Bentham? Tranquilli, è una domanda retorica.
In parole povere, Jeremy Bentham è uno che nel XVIII secolo ha tirato fuori una formula matematica su come rendere felice il maggior numero di persone. Si chiama Massimizzazione dell’utilità. Tu produci un bene: se questo soddisfa un bisogno, allora è tutto ok. Se tutto è ok, tu sei felice, e se siamo tutti ok, siamo tutti felici come i Puffi con Gargamella morto e Birba preso dall’accalappiagatti. Lo so perché ho dato la tesi di laurea su di lui. Su Bentham, non su Gargamella.
In un certo senso, mi piace pensare di lavorare lungo la scia dei suoi calcoli, ma fuori da una nicchia umida e buia in cui la matematica del caos rosicchia punti alla logica.
Per capirci: studiare Bentham non mi ha aiutato a trovare il lavoro che sognavo.
Per capirci: io produco minuti.
-Avanti!- esordisce ad inizio turno la responsabile, una un po’ meno sfruttata di me, ma enormemente più illusa al riguardo. -Qual è il nostro compito qui?
-Rendere felici le persone!- rispondiamo tutti insieme.
-Esatto!- grida, e il suo entusiasmo sembra plastificato.
Il lavoro di cartomante è semplice. Sfogli una rivista di cronaca, rigorosamente di terz’ordine, mentre parli al telefono col poveretto o la poveretta di turno che ha bisogno di spendere un euro al minuto per sentirsi dire frasi come:
-Troverai presto lavoro.
-Non ti sta tradendo, ma occhio a quella lì.
-Non ti chiama da sei mesi, ma ti pensa molto.
-Vedo il vostro primo appuntamento…
Parli fingendo di consultare i Tarocchi, mentre in realtà stai sfogliando pagine fondamentali della civiltà umana:
«COME HO SCONFITTO IL CANCRO CON LA PREGHIERA.»
«SEPARATI ALLA NASCITA: A 30 ANNI SPOSA LA GEMELLA.»
«È MORTO FERGY, IL CANE PIÙ LONGEVO DEL MONDO.»
Queste riviste danno un’accezione particolare al concetto di ipotesto.
(Ok, avete ragione: spaccio speranza tagliata con roba scadente. Spolpo l’ansia e la paura di non piacere, di non valere o di essere rifiutati, e ne tiro fuori minuti di conversazione in base ai quali sarò retribuito.
Mi pagate voi le rate del mutuo ora che l’ho ammesso? Appunto.)
-Ciao sono Gabriel…
-Gabrielmideviaiutareofacciounapazzia! Quella stronza di mia moglie mi ha truffato col suo commercialista, si è presa tutto! TUTTO! Capisci? Anche mia figlia! Capisci?
«10 MODI PER COMBATTERE L’EIACULAZIONE PRECOCE.
1. La respirazione.»
-Sù, fammi un bel respiro profondo e calmati, così vediamo insieme cosa dicono le carte, ok?
Dopo 47 minuti, 7 dei quali trascorsi a sentire le sue lacrime di estraneo senza volto, lo convinco a desistere dall’usare la pistola appena comprata, focalizzandolo sulla figlia, che un giorno vorrà per forza di cose sapere la verità su di lui, e sulla carta del Giudizio.
Finito il turno, parlo della faccenda con la responsabile. Non si sa mai che quello decida d’impazzire, Giudizio o no. Lei mi elogia davanti a tutti come esempio da imitare per intuito, capacità di ascolto, distacco professionale e parlantina.
Appena tornato a casa mi fiondo sul letto senza nemmeno togliermi i vestiti. Mi addormento, e per sei bellissime ore non esisto più.
Il mattino dopo butto via la tesi di laurea. Mica ci pago le rate del mutuo.
……………………………………
Discarica [di Mattia Filippini]
La sbarra della discarica si alza automaticamente appena un camion della nettezza urbana si avvicina. Una strada polverosa costeggia il circuito dell’enorme buca e scende verso il suo interno, al livello dei rifiuti. Il cratere è rivestito da una specie di plastica blu impermeabile, in modo che con la pioggia non filtrino liquami nel terreno. Il percorso a spirale verso il basso termina con uno spiazzo dove si manovra per versare il carico della mattinata, ai piedi di una montagnola che una ruspa provvederà a compattare. In cima, chiassosi e aggressivi, ci sono i falchi delle discariche: gabbiani grossi e pasciuti come tacchini da allevamento. Non si sforzano neanche più di volare, hanno tutto lì. È il concetto di possibilità illimitata; in questo sono praticamente uguali agli esseri umani che ingrassano davanti alla tv fino al punto che per uscire dalla stanza devono chiamare qualcuno per sfondare la parete e farsi sollevare da un elevatore, con gran gioia dei giornali come quello in cui lavoro io, che non aspettano altro che scoop del genere.
Mentre l’autista che mi ha accompagnato qui per l’articolo scarica, parcheggia e va a cambiarsi, rimango nello spiazzo a guardare i rifiuti e quegli uccelli rumorosi che con i rifiuti hanno così tanto in comune. Davanti a me ce n’è uno bello grosso sopra un mucchio di sacchi neri che strepita e apre le ali per tenere lontani gli altri; lo fisso e un secondo dopo esplode in una nube di sangue vaporizzato e piume. Avevo ragione da bambino a non voler guardare gli aerei in volo, avevo ragione a credere di avere dei poteri, avevo ragione a pensare che li avrei fatti esplodere. Avevo ragione, avevo. Con la bocca ancora aperta abbasso lo sguardo e incrocio gli occhi minuscoli e il ghigno soddisfatto di Ferri che alza il fucile in segno di vittoria. Fa il guardiano qui da vent’anni e si è impregnato dell’odore della discarica; è proprio vero che ci si abitua a tutto. Il suo passatempo preferito è il tiro al gabbiano. Peccato che per ogni gabbiano esploso, dopo pochi minuti di panico ce ne siano già altri dieci a mangiare i suoi resti. Alla faccia dell’utilitarismo. I gabbiani sono animali disgustosi, ma capibili.
Così mi avvicino a Ferri e lui mi dice:
“Prova”, e mi passa il fucile.
“Così?”, gli chiedo mettendomi goffo il fucile in spalla.
“Spara, spara”, mi dice con un sorriso sdentato e incitandomi con le mani.
Miro a caso in mezzo a un folto gruppo di gabbiani e tiro il grilletto. Uno esplode, gli altri scappano in tutte le direzioni. Poi tornano a posarsi lì dov’erano prima. Sparo di nuovo a caso e ne prendo un altro. La cosa mi piace da impazzire perché è troppo facile. Sparare sul gruppo è il mio hobby preferito. Quando il mio accompagnatore torna dallo spogliatoio in vestiti borghesi e mi indica la sua auto per riportarmi in redazione, gli chiedo se la mattina, quando fa il suo giro per raccogliere i rifiuti, ha bisogno di compagnia.
“Perché io sarei disponibile”, gli dico, “Disponibilissimo”.
In base al tema da seguire, quello di Matteo Pascoletti mi sembra più azzeccato.
Come piacevolezza dei racconti nessuno mi esalta. Quello di Matteo però ha delle idee che reputo interessanti: “io produco minuti”, è proprio una bella idea, originale e diretta ed il racconto è snello (quasi scarno, probabilmente per il limite di lunghezza imposto dalle regole del concorso). L’inizio con la domanda non mi piace, anche se è difficile introdurre e spiegare il lavoro di Jeremy Bentham (essenziale per comprendere bene il racconto). Tutto il resto del racconto è ben fatto direi.
“Dascarica” di Mattia ha un’introduzione lunga tre quarti di racconto (fino a “sangue vaporizzato e piume.”), troppo farinosa direi. Per capirci: rimango dell’idea che quando si parla di racconti brevi le descrizioni dei luoghi o delle circostanze devono essere totalmente surclassate dalla storia; il racconto breve è un concentrato di accadimenti non un’infarinata di parole che nelle ultime due righe spiegano tutta la storia (se di storia si può parlare). Diciamo che il tutto si riduce a una situazione STATICA: un giornalista in una discarica che si guarda intorno, poi “bum” un gabbiano morto dalla schippettata del guardiano, e il fininale con una soluzione grottesca (oltre che assurda): lo sparo al gabbiano… la domanda che mi sono posto alla fine della lettura è “PERCHE’?!”, insomma trovo tutto così gratuito.
So di non essere simpatico con queste critiche, ma perché non farle se possono anche lontanamente essere utili? C’è inoltre la possibilità che mi stia sbagliando (non sono certo un letterato) in tal caso vi invito alla discussione e mea culpa in anticipo.
Dario.
Scusate, non trovo il modo di votare. Ad ogni modo voto Matteo Pascoletti. Spero che valga.
e bravo ancora una volta Matteo Pascoletti, mi sono innamorato del suo modo di scrivere. Bravo, bravo e ancora bravo!
@Dario
per la finale c’è una giuria “tecnica”.
quindi non ci sono più i poll, per votare.
trovi tutto in homepage [ci sono un paio ci post sull'argomento]
ciao,
e-
Un grande abbraccio a Matteo che, voglio scriverlo qui nei commenti, non solo ha molto talento ma è anche un perfezionista di prim’ordine che affronta la scrittura in maniera professionale e matura.
Ma come si vota?..comunque, Matteo.:)
letti.Pasco.
Il Pasco. Sin duda.
:-)
ringrazio tutti per i complimenti e le osservazioni, soprattutto quelli che non conosco, perché giungono inaspettati come i regali. Devo dire che questo, dei tre temi, è stato il più ostico, perché uno legge “massimizzazione dell’utilità” e pensa “eh?”, e in effetti all’inizio ho pensato “eh?”.
Ringrazio Salvatore per le belle e oneste parole e Laura e il Pez per la capacità di sintesi:D
il racconto di mattia (per come la vedo io ovviamente) è tutt’altro che una descrizione statica con un colpo di scena finale. si lavora costantemente sul significato (le stesse descrizioni dicono qualcosa e non sono descrizioni messe lì a caso per inserire il personaggio in un luogo) e in realtà si prepara quello che verrà (che non vedo assolutamente come un colpo di scena campato in aria, ma nemmeno come un colpo di scena se è per questo). ogni frase, ogni scelta, rimanda alla sensazione di marcio di cui è impregnato il racconto, marcio con cui ha a che fare in modo palese il protagonista nella situazione presente (trovandosi in una discarica), ma – e a questo rimanda simbolicamente lo sparo finale ai gabbiani – soprattutto a cui lui stesso non è immune nella vita di tutti i giorni.
A me sembra che qui, con un linguaggio sempre preciso e dosato, si racconti una storia in modo assolutamente non banale, giocando con l’espediente di descrivere un evento minuscolo per allargare su qualcosa di più vasto grazie al lavoro sul senso.
non ho mai commentato i racconti della mia squadra, lo faccio stavolta visto che non ho avuto modo di farlo in privato con mattia – che magari ora mi smentisce punto per punto dicendo che non c’ho capito un piffero : )
Non trovo così fastidiosa la domanda all’inizio del racconto di Matteo. Produce l’effetto di creare una connessione immediata con il lettore. Sembra quasi di sentire la pagina (o lo schermo, di questi tempi) che ti parla. Infatti, sono sicura che a tutti quelli che leggono la prima frase viene spontaneo pensare ad una risposta (sì/no). Non mi piace molto la chiusura, invece: “Il mattino dopo butto via la tesi di laurea. Mica ci pago le rate del mutuo.”
Capisco che si riallacci all’introduzione su Jeremy Bentham, ma io credo che, a quel punto della lettura, Jeremy Bentham ce lo siamo dimenticati. Credo che il racconto possa terminare con “Mi addormento, e per sei bellissime ore non esisto più.”
La descrizione della discarica non prende 3/4 di racconto, rendiamo giustizia. Io direi quasi la metà. Ma concordo sul finale. Forse non ci convince perché ci dà fastidio pensare che un essere umano, senza previa esperienza della cosa, possa provare un piacere così immediato nel tirare schioppettate a dei poveri animali, che peraltro non trovo affatto “disgustosi”. [Per alcune persone i gabbiani sono la controparte marina dei piccioni. Ma io li trovo più eleganti e per questo il racconto non fa molta presa su di me.]
Non lo so.
Se mi piacciono.
Il tema, qui, è tosto.
Matteo si avvicina al focus ma Mattia è più scorrevole.
Mattia è (un filo) originale ma Matteo è più consono.
Mattia e Matteo. Matteo e Mattia.
Nì.
Parliamo del primo racconto.
Se digitate “massimizzazione dell’utilità” su Google cosa viene fuori? Jeremy Bentham.
Un caso? Non credo.
Un male? Non necessariamente, se non fosse che il resto della storia non ha alcun legame con l’incipit “made in wikipedia”.
Si arriva chissà come alla cartomanzia.
E’ che visione c’è della cartomanzia? Uno stereotipo così stereotipato che nemmeno un creatore di stereotipi saprebbe fare di meglio.
E Dio ci salvi dalle ultime due frasi: “Il mattino dopo butto via la tesi di laurea. Mica ci pago le rate del mutuo”
Passiamo al secondo racconto. L’obiettivo non è pienamente centrato:
l’autore non ha trovato il giusto equilibrio tra detto e non detto.
Ma c’è il tentativo di costruire qualcosa e a fine lettura rimane in noi una certa amarezza.
Insomma, mentre nella prima sfida mi aveva convinto di più il racconto di MRT,
in questa seconda preferisco quello di Colla.
Grazie Francesco per le tue parole esatte. Mi sembra giusta la tua puntualizzazione, soprattutto considerando che qui c’è qualcuno talmente pieno di sé che non vede neanche le parole.
Saluti
@Mattia
in effetti Wimble.doc – a volte – è stata un po’ un’arena.
non so quanto sia giusto, questo. però un autore deve sempre “trascurare” i giudizi, positivi e negativi.
[anzi, forse deve diffidare di più di quelli positivi...]
ciò detto: mi contraddico subito, e ti dico che il tuo racconto è davvero buono.
[tanto non c'è voto, quindi posso dirlo]
ciao!
enrico
Ah, non si vota? Eccheccazzo, potevate dirlo.
MS PolemicoFinoAllaNausea
@Enpi: grazie. Non è che non accetto le critiche, anzi. Ma quando le critiche sono:
1) il racconto non è attinente al tema: non sapete che l’utilitarismo è la stessa cosa della massimizzazione dell’utilità? io non ho usato wikipedia.
2) non mi è piaciuto perchè i gabbiani sono belli (non faccio alcun commento)
Per fortuna c’è una giuria. Saluti e grazie
Posso essere completamente e spudoratamente onesta?
Non sono riuscita a leggere i commenti… Oltre le 3000 battute li metterei in gara. ;-)
Ma quanto è pigra ’sta donna?? Ok, torno al mio riposino sotto le coperte.
Besos!
Seppure con fatica, ché ci ho l’ascendente acquario che tende ad andare per cavoli suoi (http://it.wikipedia.org/wiki/Aquario_astrologia), sto imparando a tirare grosso modo dritto, quando scrivo.
Complimento> ringrazio, critica>medito, insinuazione/offesa>
(http://www.google.it/search?client=firefox-a&rls=org.mozilla%3Ait%3Aofficial&channel=s&hl=it&source=hp&q=offesa&meta=&btnG=Cerca+con+Google)
rifletto. Dopo aver riflettuto, a volte scelgo il silenzio, altre volte no.
Siccome quando uno scrive, secondo una concezione personale della scrittura che si basa sul mio modo di viverla, e non di teorizzare su quella altrui, è solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di word, so bene che i gabbiani, le wikipedie, gli stereotipi più stereotipi degli stereotipi vengono dopo rispetto qualcosa che sta più nella pancia, che nella testa. E lì vive una dimensione in cui ’sticazzi 3200 battute, ’sticazzi la giuria, ’sticazzi i commenti. Credo che chiunqua si cimenti nello scrivere possa cogliere nelle mie parole il tentativo di descrivere questa certa tonalità. Gli ipotesti, e davvero non mi pare il caso di fare lezioncine, vengono dopo. Francamente non mi interessa essere uno bravo a scegliersi gli ipotesti, credo di averlo dimostrato nei precedenti racconti, tra l’altro.
Siccome non devo dimostrare (o mostrare, che è peggio, forse) di essere intelligente, nel momento in cui non lo chiedo a chi mi legge, né tanto meno lo pretendo, va da sé, in ogni caso, che non devo esibire ogni volta che scrivo le mie eventuali competenze in fatto di discipline scientifiche o umane, o fornire una bibliografia di riferimento.
Penso che sia lecito domandarsi “chissà perché ha scritto in quel modo, o ha fatto quella scelta”. C’è proprio una fascino dietro queste domande, che sta nel percorso che si traccia nel provare a rispondere. E’ come lavorare d’immaginazione, giocando a tennis (uso non a caso questa metafora) con chi ha scritto, creando in questo modo qualcosa di ulteriore, rispetto alle intenzioni di partenza. E’ un modo molto vivo di leggere. Io preferisco questo, a quello presuntuoso (o pretestuoso), soprattutto da parte di chi scrive.
Leggere per cogliere in castagna, o per indicare gli altrui difetti, così come vengono percepiti, trasformando in antropologia ed estetica i propri criteri parziali, non mi appartiene né come studioso di letteratura, né come lettore, né come essere umano (ah, è miss fanny bright, in “jingle bells”, non mrs fanny bright…facciamo ricorso al TAR?).
davvero, il curriculum universitario non mi ci stava in 3200 battute. Facciamo finta che siamo tutti intelligenti, o quanto meno, non facciamo come il protagonista del mio racconto, che ragionava in termini di “caro mondo, tu sei furbo, ma io sono più furbo”, ed ha permesso al proprio orgoglio di rinunciare ai sogni. Un tema molto stereotipato, ma c’è gente in giro, per dire, che parla, scrive e canta d’amore, e fa pure la rima con cuore/fiore!
Scusate il sarcasmo qua e là, ma ho valutato fosse il modo ottimale per mostrare quanto sia sciocco, a volte, prendersi così dannatamente sul serio.
..in effetti speravamo in commenti sintetici.. però amen, una delle tante cose che cercheremo di migliorare in un futuro..
cmq sia, ogni critica (bella o brutta) è positiva e in genere aiuta a capire punti di vista differenti..
tornando alla sfida, mi sembra una contesa di buon livello..
a.m.
Siccome quando uno scrive, secondo una concezione personale della scrittura che si basa sul mio modo di viverla, e non di teorizzare su quella altrui, è solo sul cuor della terra trafitto da un raggio di word, so bene che i gabbiani, le wikipedie, gli stereotipi più stereotipi degli stereotipi vengono dopo rispetto qualcosa che sta più nella pancia, che nella testa. E lì vive una dimensione in cui ’sticazzi 3200 battute, ’sticazzi la giuria, ’sticazzi i commenti. Credo che chiunqua si cimenti nello scrivere possa cogliere nelle mie parole il tentativo di descrivere questa certa tonalità. Gli ipotesti, e davvero non mi pare il caso di fare lezioncine, vengono dopo. Francamente non mi interessa essere uno bravo a scegliersi gli ipotesti, credo di averlo dimostrato nei precedenti racconti, tra l’altro.
Siccome non devo dimostrare (o mostrare, che è peggio, forse) di essere intelligente, nel momento in cui non lo chiedo a chi mi legge, né tanto meno lo pretendo, va da sé, in ogni caso, che non devo esibire ogni volta che scrivo le mie eventuali competenze in fatto di discipline scientifiche o umane, o fornire una bibliografia di riferimento.
Penso che sia lecito domandarsi “chissà perché ha scritto in quel modo, o ha fatto quella scelta”. C’è proprio una fascino dietro queste domande, che sta nel percorso che si traccia nel provare a rispondere. E’ come lavorare d’immaginazione, giocando a tennis (uso non a caso questa metafora) con chi ha scritto, creando in questo modo qualcosa di ulteriore, rispetto alle intenzioni di partenza. E’ un modo molto vivo di leggere. Io preferisco questo, a quello presuntuoso (o pretestuoso), soprattutto da parte di chi scrive.
Leggere per cogliere in castagna, o per indicare gli altrui difetti, così come vengono percepiti, trasformando in antropologia ed estetica i propri criteri parziali, non mi appartiene né come studioso di letteratura, né come lettore, né come essere umano (ah, è miss fanny bright, in “jingle bells”, non mrs fanny bright…facciamo ricorso al TAR?). Non capisco che senso abbia dibattere su dove uno abbia acquistato la racchetta, ecco.
Facciamo finta che siamo tutti intelligenti, o quanto meno, non facciamo come il protagonista del mio racconto, che ragionava in termini di “caro mondo, tu sei furbo, ma io sono più furbo”, ed ha permesso al proprio orgoglio di affogare i sogni. Un tema molto stereotipato, ma c’è gente in giro, per dire, che parla, scrive e canta d’amore, e fa pure la rima con cuore/fiore! Del resto, e spero si sia notato finora, mi interessa una scrittura a strati. Uno coglie quello che vuole, così, persino la citazione colta alla fine di un racconto, se vuole (o se vuole google).
Scusate il sarcasmo qua e là, ma ho valutato fosse il modo ottimale per mostrare quanto sia discutibile, a volte, prendersi così dannatamente sul serio a scapito degli altri.
e scusate la lunghezza.
@Mattia [e anche Matteo, per conoscenza, diciamo così, come fosse una lettera "ufficiale" agli autori]
X legge il tuo racconto.
X può non commentare.
X può commentare [abbiamo fatto questa scelta, partecipativa].
X commenterà a vario titolo, e in vario modo.
X può dire: bello. ma anche: brutto.
secondo me è concesso anche dire: il tuo racconto non mi piace, perché sparano a dei gabbiani.
conosco gente che – per principio – non vede film dell’orrore [e anche a me, di solito, non fanno impazzire].
o appassionati sfegatati del fantasy che leggono solo fantasy – bello brutto che sia, a loro basta che ci sia un elfo, o delle spade, un buono e un cattivo ecc.
e poi, mi ripeto: se una cosa piace tutti, c’è un problema. ovvero: un autore deve mettersi in discussione se quello che scrive piace a tutti. tanto quanto se le cose che scrive non piacciono a nessuno.
quello che non mi piace e che non tollero è andare sul personale.
a volte è accaduto, anche qui.
ovvero: si può discutere dei testi, quanto si vuole. non delle persone.
ma non mi sembra sia accaduto in questi commenti, in questa sfida.
quindi: bene.
ciao,
enrico
Per restare in tema i commenti massimizzano o minimizzano l’utilità di wimbledoc ?
…destabilizzano
:)
Concordo.
:)
@Alessio
complicato da dire.
bisogna fare una derivata prima della funzione di utilità, e poi una derivata seconda, per verificare che ci sia un solo ottimo [=massimo].
soprattutto è difficile determinare la funzione. come meno dev’essere multivariata, e allora: giù con le matrici – e le matrici son incasinate.
insomma: non lo mica, sai?
:D
e-
enpi…
sei talmente intelligente che il più delle volte non ti capisco…
:)
sarà per quello che andiam d’accordo?
:D
fingo bene!
e-
@Enpi
Caschi come si suol dire a fagiolo con me.
E io voglio osare….
Voglio realizzare un sistema di equazioni a più variabili che mi permetta di descrivere wimbledoc e i suoi vincoli.
Il problema del massimizzare una funzione obiettivo (utilità di wimbledoc) dati dei vincoli espressi tramite funzioni a più variabili (un’equazione potrebbe avere una variabile che rappresenta il numero di commenti ) è molto semplice da risolvere tramite l’algoritmo del simplesso.
La cosa curiosa è che la soluzione ottima (il valore da dare alle nostre variabili per massimizzare l’utilità di wimbledoc ), nello spazio a N dimensioni, generato dal nostro sistema di equazioni, si trova sempre su uno dei vertici di questo spazio.
Facciamo così…. tu butti su carta il sistema di equazioni con le variabili e io creò una funzione di utilità da massimizzare e risolvo il problema, trovando la soluzione ottima tre le infinite soluzioni.
p.s il sistema non è sempre risolvibile… e credo che siamo proprio in questa situazione.
no, facciamo così: tu sei “l’addetto” a tutta la matematica di Wimble.doc.
e entro marzo ci mandi il multivariato.
:D
e-